Ci sono relazioni che ci fanno stare male e che, nonostante questo, facciamo una fatica enorme a lasciare. È una delle esperienze che incontriamo quando parliamo di dipendenza affettiva, anche se le ragioni che possono tenerci dentro una relazione sono molte e diverse.
In questo articolo trovi
– Perché può essere così difficile lasciare una relazione che ci fa stare male
– Il ruolo dell’attaccamento ansioso, della speranza e del rinforzo intermittente
– Che cos’è il traumatic bonding
– Perché dopo una separazione possiamo stare peggio e avere voglia di tornare
– Alcuni modi concreti per attraversare la separazione e recuperare spazio nella propria vita
Da mesi, forse anni, pensiamo di chiudere, magari lo abbiamo fatto più volte. Arriva un messaggio, una telefonata, un like, una serata in cui la persona che avevamo lasciato sembra cambiata e rientriamo in una storia che non sappiamo più cosa sia diventata. A nulla servono i consigli degli amici, i film e le canzoni che parlano di “amori malati”.
E poi viene in mente quella cosa che forse non gli/le ho ancora detto, anzi il problema è che proprio viene in mente, in continuazione, ed ecco che affiora quel pensiero: se non riesco a lasciarlo/a, è perché lo/a amo troppo.
L’amore può esserci, naturalmente. Ma, specialmente in quelle situazioni dove è evidente che dovremmo allontanarci, ci possono essere la paura di stare soli, il timore di non trovare più qualcuno, il senso di colpa, una bassa autostima, la speranza che l’altro cambi. Ci sono poi situazioni molto concrete: figli, casa, amicizie comuni, anni di vita condivisa. Nelle relazioni abusive possono aggiungersi paura, controllo, minacce e isolamento, che paradossalmente rendono difficile la separazione.
È in questo territorio che possiamo incontrare quella che comunemente chiamiamo dipendenza affettiva.
Un rapporto ingombrante
Desiderare l’altro, averne bisogno, soffrire quando è lontano sono esperienze normali in una relazione significativa. Quasi nessuno vive bene attraverso una completa autosufficienza. Ma la cosa cambia quando il mantenimento del rapporto comincia a richiedere sacrifici sempre maggiori. Ci adattiamo per evitare un litigio. Rinunciamo a dire quello che pensiamo. Accogliamo comportamenti che qualche anno prima avremmo giudicato inaccettabili. Controlliamo continuamente il telefono. Un messaggio ci tranquillizza, qualche ora di silenzio ci mette in agitazione. Il nostro stato emotivo finisce per dipendere sempre di più da ciò che fa l’altra persona.
La ricerca sulla dipendenza affettiva è ancora relativamente giovane, ma su un aspetto i risultati cominciano a essere piuttosto coerenti: il legame con l’attaccamento ansioso. Una recente meta-analisi ha trovato un’associazione significativa tra le due dimensioni (Cavalli et al., 2025), confermata anche da una successiva revisione sui comportamenti amorosi problematici (Sánchez-Fernández et al., 2026). Uno studio su oltre cinquemila persone ha osservato che l’attaccamento ansioso è associato, dopo la rottura, a maggiore preoccupazione per l’ex partner, sofferenza emotiva e fisica più intensa e maggiori tentativi di ristabilire la relazione (Davis et al., 2003).
Questo dato ha senso se pensiamo a cosa accade quando una persona vive con particolare intensità la possibilità di perdere l’altro. Ogni distanza può essere percepita come una minaccia e ogni riavvicinamento come un sollievo.
Quando non sai mai cosa arriverà
Immaginiamo una relazione nella quale vicinanza e distanza si alternano continuamente.
Ci sono giorni bellissimi, nei quali l’altro è presente, affettuoso, coinvolto. Poi qualcosa cambia. Diventa freddo, scompare, rifiuta il contatto oppure mette in discussione la relazione. Dopo una crisi torna. Ci sono le scuse, una conversazione intensa, il sesso, una promessa. Per qualche giorno sembra che il problema sia finalmente risolto.
Poi ricomincia.
Questa alternanza merita attenzione anche per quello che sappiamo sui meccanismi dell’apprendimento. Quando una ricompensa per come ci si comporta arriva in maniera intermittente, il comportamento utilizzato per ottenerla può diventare particolarmente persistente. È il fenomeno conosciuto come partial reinforcement extinction effect: ciò che è stato appreso attraverso un rinforzo incostante può resistere più a lungo quando il rinforzo scompare (Wilcher & Harris, 2026), fondamentalmente perché è comunque presente la speranza che quel rinforzo finalmente arrivi.
Una relazione umana è infinitamente più complessa di un paradigma sperimentale e sarebbe ingenuo ridurla a un meccanismo di condizionamento. Il principio, però, aiuta a comprendere qualcosa che molte persone sperimentano molto bene. Quando l’altro torna dopo essere stato distante, non ritroviamo soltanto qualcosa di piacevole, ma finisce anche l’attesa, si riduce l’ansia e la paura di essere abbandonati si placa. Per qualche ora o qualche giorno possiamo finalmente rilassarci.
Se questa sequenza si ripete molte volte, possiamo finire per vivere aspettando il prossimo momento buono.
«Questa volta sarà diverso»
In una relazione di questo tipo si può arrivare a passare più tempo aspettando di stare bene che stando realmente bene.
Si vive di ricordi, si vive di speranze, ma non si vive la realtà presente.
Ricordiamo com’era all’inizio, e desideriamo tornare a quel momento. Pensiamo all’ultima volta in cui l’altro/a è stato/a affettuoso/a. Conserviamo le parole dette dopo l’ultima crisi. Ci convinciamo che dietro i comportamenti che ci fanno soffrire esista ancora la persona che abbiamo conosciuto e che, prima o poi, quella persona tornerà stabilmente.
La speranza, naturalmente, è una risorsa preziosa. Ma può anche tenerci legati a una possibilità futura che potrebbe non arrivare mai.
Una domanda utile, allora, può essere molto semplice:
Come mi sento con lui/lei qui, in questo momento?
Quando la stessa persona fa soffrire e dà sollievo
In alcune relazioni la dinamica diventa ancora più complessa perché all’alternanza tra vicinanza e distanza si aggiungono maltrattamento, umiliazione, controllo o violenza. È in questo contesto che ha senso parlare di traumatic bonding.
Il concetto descrive il forte legame che può svilupparsi all’interno di una relazione abusiva caratterizzata anche dall’intermittenza del maltrattamento e da uno squilibrio di potere. In uno studio, Dutton e Painter (1993) seguirono i casi di persone che avevano lasciato relazioni abusive e trovarono che queste caratteristiche della relazione erano associate alla persistenza dell’attaccamento verso l’ex partner anche dopo la separazione.
Dall’esterno, può sembrare assurdo vedere una persona tornare proprio da chi le ha fatto del male. Dall’interno, la situazione può essere molto diversa. La persona che genera sofferenza può essere anche quella da cui ci si aspetta conforto. Dopo la paura arriva la riconciliazione, dopo la distanza il riavvicinamento, dopo la tensione il sollievo.
Uscire da questo circuito richiede tempo.
E c’è un momento particolarmente delicato: quello che viene dopo la decisione di andarsene.
Ho deciso di lasciarlo. Perché sto così male?
Spesso chi decide di lasciare si aspetta di sentirsi libero/a e invece si sveglia con un vuoto enorme.
Pensa continuamente all’ex. Ha voglia di scrivergli/le. Controlla se è online. Ricorda soprattutto i momenti belli. Si domanda se abbia esagerato, se avrebbe potuto aspettare ancora, se l’altro questa volta possa davvero cambiare.
Arrivano tristezza, ansia, agitazione, difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno, perdita di interesse per altre attività. Il pensiero torna ripetutamente alla relazione e anche il corpo può cercare quella presenza familiare.
Tutto questo può accadere anche dopo una separazione che avevamo desiderato e infine deciso con convinzione.
Le rotture sentimentali possono produrre un disagio psicologico considerevole e modificare temporaneamente anche il modo in cui percepiamo noi stessi. Le persone con maggiore insicurezza nell’attaccamento tendono ad avere più difficoltà, mentre le strategie con cui affrontiamo la separazione sembrano contribuire all’andamento successivo (Gehl et al., 2024; Fernandes et al., 2025).
Ma il dolore dei giorni successivi non ci dice, da solo, se abbiamo preso una buona o una cattiva decisione. Ci dice che abbiamo perso un legame importante, probabilmente intenso, non però di qualità. L’intensità emotiva di un legame, da sola, non ci dice nulla sulla sua qualità.
Questo è forse uno dei passaggi più importanti da conoscere prima di lasciare una relazione dalla quale facciamo fatica a separarci.
Se poi quel legame aveva anche la funzione di placare l’ansia, rassicurarci dopo una distanza o riempire una sensazione di vuoto, la sua assenza può essere particolarmente difficile da tollerare e tornare indietro può sembrare la soluzione più naturale.
Il rischio di interpretare il sollievo come una prova di amore
Immaginiamo che, dopo alcuni giorni terribili, scriviamo all’ex. Arriva la sua risposta. Parliamo per ore. Ci rassicura. Ci dice che gli/le manchiamo. Magari ci vediamo.
L’angoscia diminuisce.
È facilissimo leggere quel cambiamento come una conferma: allora avevo sbagliato a lasciarlo/a; sto bene soltanto con lui/a.
Ma quel sollievo ci dice prima di tutto che abbiamo ottenuto nuovamente qualcosa di cui sentivamo fortemente la mancanza. Per capire se vogliamo davvero tornare nella relazione dobbiamo guardare anche a ciò che succedeva prima della separazione.
Per questo, quando si decide di chiudere una relazione molto difficile, può essere utile prepararsi anche al momento in cui verrà voglia di tornare.
Non serve pretendere di non soffrire. Serve evitare che sia la sofferenza del momento a prendere tutte le decisioni.
Attraversare la separazione
Non esiste un protocollo per uscire da una relazione disfunzionale.
Può essere utile scrivere, quando la decisione è ancora chiara, perché abbiamo scelto di andarcene. Non una lista delle colpe dell’altro, ma una fotografia concreta di come stavamo nella relazione, di quello che accadeva e di ciò che non volevamo più vivere. Nei momenti di nostalgia la memoria può diventare molto selettiva.
Conviene poi aspettarsi oscillazioni. Un giorno possiamo sentirci sollevati e quello successivo disperati. Possiamo provare rabbia al mattino e nostalgia la sera. Non è necessario ricavare una nuova decisione da ogni cambiamento emotivo.
Anche il contatto merita attenzione. Continuare a controllare profili, storie, accessi e nuove frequentazioni dell’ex mantiene aperto un flusso continuo di stimoli legati alla relazione. Una serie di studi recenti ha trovato che osservare l’ex sui social, sia intenzionalmente sia incidentalmente, si associa a maggiore sofferenza dopo la rottura, affettività negativa e gelosia (Marshall, 2026).
Può essere altrettanto importante ricostruire ciò che nel rapporto si era perso: amicizie, interessi, attività, luoghi, progetti. Dopo una relazione molto ingombrante è necessario recuperare parti della nostra vita che avevano progressivamente smesso di avere spazio.
C’è poi il desiderio di spiegarsi ancora una volta o di ottenere finalmente una spiegazione. A volte è un bisogno comprensibile; altre volte diventa un modo per mantenere aperto il contatto. Quando l’impulso a contattare l’altro diventa forte, può essere utile chiedersi:
Che cosa sto cercando in questo momento?
La persona? Una rassicurazione? La fine dell’ansia? La conferma di essere ancora importante? Il sollievo dalla solitudine? La risposta non farà sparire automaticamente il bisogno, ma può aiutarci a riconoscerlo e a trovare altri modi per rispondere.
Tornare a occupare spazio nella propria vita
In una relazione sana, possiamo litigare, sentirci trascurati, attraversare periodi di distanza. Possiamo avere paura di perdere il partner. E naturalmente nessuna relazione ci mette al riparo dalla possibilità che un giorno finisca. Una differenza importante sta nello spazio che abbiamo a disposizione per continuare a esistere come individui.
Posso esprimere un bisogno senza vivere nel terrore che l’altro se ne vada? Posso dire di no senza che il legame sia costantemente minacciato o senza essere svalutato/a come persona? Posso avere amicizie, interessi e opinioni mie? Posso attraversare un conflitto senza dover immediatamente ristabilire la vicinanza a qualsiasi costo? Sto scegliendo questa relazione per come è oggi oppure sto aspettando da mesi — o da anni — che diventi quella che vorrei?
Possiamo amare qualcuno e, contemporaneamente, accorgerci che il modo in cui stiamo vivendo quel legame ci sta facendo male. E possiamo soffrire molto quando ce ne andiamo senza che quella sofferenza ci obblighi a tornare.
E forse, un giorno, ci accorgeremo che quel dolore che avevamo tanta paura di attraversare ci ha aiutato a ritrovare qualcosa di prezioso: la libertà di essere noi stessi, anche insieme a qualcun altro.


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