Ti è mai capitato di scorrere i social e leggere che se il tuo partner non risponde subito ai messaggi sta facendo stonewalling? O che se un amico ti dà un consiglio non richiesto è un narcisista covert? Siamo immersi nell’uso improprio dei termini psicologici, che nel mondo anglosassone è chiamato therapy speak: un linguaggio preso in prestito dalle stanze di terapia e lanciato nel frullatore della comunicazione quotidiana. Ma nella vita non ci servono a nulla i manuali diagnostici in mano ai non addetti ai lavori, e le persone sono troppo complesse per essere inquadrate da un post su Instagram.
La trappola delle etichette facili
Oggi abbiamo una parola simil-clinica per ogni fastidio relazionale. Usiamo termini come gaslighting, trigger e red flag con la stessa leggerezza con cui ordiniamo una pizza. Questo fenomeno apparentemente banale — ahimé, alimentato da alcuni colleghi — ci dà l’illusione di mantenere il controllo, mentre contribuisce a creare nuove barriere invisibili tra noi e gli altri.
Il dubbio: Se etichettiamo ogni comportamento spiacevole come patologico, stiamo davvero proteggendo la nostra salute mentale o stiamo solo perdendo la capacità di gestire il conflitto umano?
Quante volte hai usato la parola “tossico” nel 2025? E quante volte l’hai usata invece nel 2010?
Definire qualcuno o qualcosa come tossico è diventato un trend. Ed è una mossa definitiva, perché chiude la conversazione. Se lui è tossico, io sono la vittima; se lei è manipolatrice, io non ho nulla da rimproverarmi. Fine.
La qualità delle relazioni umane non è affatto migliorata rispetto a quando un simile termine non faceva parte del nostro vocabolario.
Questo approccio ci libera dalla responsabilità di analizzare la nostra parte nella dinamica relazionale. In psicologia sappiamo che, tranne in casi di reale abuso, le relazioni sono sistemi circolari: i problemi comunicativi non dipendono solo da una persona. Sostituire la comprensione con la diagnosi ci impedisce di comunicare e quindi di crescere.
Il paradosso: più psicologia, più isolamento
Il risultato di questa “iper-psicologizzazione” della vita quotidiana è un aumento dell’isolamento. Questo perché, se etichettiamo gli altri troppo spesso:
- Manca la tolleranza: Non accettiamo più l’errore umano. Se un amico sparisce per una settimana, lo consideriamo un “evitante” invece di chiedergli come sta.
- C’è paura del confronto: È più facile “tagliare i rami secchi” oppure “bloccare sui social” (altro mantra contemporaneo) che sedersi insieme e dire: “Mi sono sentito ferito da quello che hai fatto”.
- L’empatia si anestetizza: Se vedo l’altro come un insieme di sintomi e non come una persona, smetto di provare empatia.
Tornare all’umanità
Proteggere i propri confini è fondamentale, soprattutto nei casi di abuso. Ma non tutto può essere abuso. E i confini non dovrebbero essere muri di cemento armato costruiti con termini clinici da chi ha conosciuto la psicologia dagli influencer. La vera salute mentale non sta nel diagnosticare chi ci circonda, ma nel recuperare la capacità di stare nell’incertezza e nel dialogo.
Dobbiamo imparare di nuovo a dire “mi hai fatto soffrire” invece di “sei un manipolatore”. La prima espressione apre una porta, la seconda la sbatte violentemente. E dovremmo chiudere le porte solo quando necessario.
Se vuoi approfondire, questa pagina dell’American Psychological Association definisce i pilastri delle relazioni sane, contrapposti all’uso di etichette diagnostiche che chiudono il dialogo.


Lascia un commento