Esporre la propria opinione sulla guerra oggi è un rischio. Ma per me il silenzio non è un’opzione, visto anche che lo scorso mese ho pubblicato un articolo proprio sul «no». Mi sono chiesto spesso come fosse stato possibile che i cittadini comuni, durante il nazi-fascismo, restassero in silenzio mentre il mondo scivolava nell’abisso. Pensavo fosse un limite di quell’epoca. Oggi, guardando la nostra indifferenza di fronte al riarmo e alla dismissione del welfare, inizio a capire che quel silenzio non era un’eccezione storica, ma un meccanismo psicologico di rimozione che riguarda tutti.
Il Codice Deontologico degli Psicologi mi impone di prestare attenzione ai fattori sociali, politici e finanziari che intervengono nella vita delle persone. Scrivere d’altro oggi significherebbe tradire me stesso, la mia professione e chi ha il coraggio di leggermi.
Il mito dell’ineluttabilità
I nostri rappresentanti ci dicono che la guerra è ineluttabile, necessaria come l’alternarsi delle stagioni. Lo slogan «Rearm Europe», che qualche mese fa campeggiava a caratteri cubitali dietro le spalle della Presidente della Commissione Europea è un progetto strutturale da attuare entro il 2030.
Quasi cento anni prima di quella data, nel 1932, Freud scrisse ad Einstein che la guerra è radicata nella natura umana, ma non per questo la considerava inevitabile. Suggerì che lo sviluppo della civiltà agisse come una forza contraria alla natura umana, rendendo il conflitto inaccettabile. La guerra è una scelta politica che decide di spostare il 2% del PIL verso le armi, sottraendolo a scuola e sanità — ovvero proprio a quegli strumenti di civiltà che, per Freud, sono l’unico vero antidoto alla distruzione.
Il simulacro del dissenso
Siamo diventati esperti nel cliccare petizioni, dispensare like, condividere meme e pubblicare storie. Ma dobbiamo interrogarci sulla reale funzione di questi gesti. Spesso sono semplici meccanismi di scarica psicologica: ci fanno sentire “a posto”, neutralizzando però la spinta verso l’azione reale. È una forma di onanismo collettivo che il potere tollera con indulgenza, sapendo che rimaniamo comunque al nostro posto.
Ricordo una paziente che chiese aiuto al sindacato per condizioni di lavoro inaccettabili. Le risposero: «Abbiamo già fatto il volantino per sensibilizzare i colleghi». Ecco il punto: il volantino che sostituisce l’azione, il rito che sostituisce il valore. Oggi pochi sembrano disposti a rischiare qualcosa di sé per il bene comune.
Anche le manifestazioni di piazza, in questo contesto, sono diventate spesso una cerimonia nel deserto. È rassicurante, direi romantico, che esista ancora un simile rito, ma da solo non basta e rischia addirittura di essere solo la trasposizione fisica di quello che facciamo sui social.
Armi di distrazione di massa
Herbert Marcuse lo aveva capito già sessant’anni fa: il potere moderno non reprime, ma ingloba. Attraverso la “desublimazione repressiva”, il sistema ci concede libertà superficiali e gratificazioni materiali per anestetizzare la nostra capacità critica. Oggi possiamo aggiungere anche un altro tipo di gratificazione illusoria: quella informativa. Siamo tutti convinti di essere più informati degli altri in un continuo bombardamento di informazioni, in cui la guerra ha la stessa salienza di un meme o di una scena televisiva trash. Il risultato è che siamo continuamente distratti.
Un esempio? Mentre ci dividiamo ferocemente e a suon di commenti sul galateo degli auguri alle donne per l’8 marzo, lo Stato taglia i servizi sociali, sapendo che saranno soprattutto le donne a colmare quel vuoto con lavoro non pagato. Con un tasso di occupazione femminile al 53% (il più basso della UE), la violenza economica diventa la base silenziosa su cui poggiano tutte le altre forme di abuso.
Responsabilità: il potere di rispondere
Oggi la parola “responsabilità” viene confusa con “colpa” o “pesantezza”. Ma il suo significato letterale è “essere abili nel rispondere”. Per riappropriarci di questo potere, dobbiamo trasformare il nostro «no» in una resistenza fattuale. Per esempio, possiamo:
Disertare il linguaggio militarista: Smettere di nutrire gli eventi in cui il sangue viene trasformato in spettacolo.
Disinnescare la polarizzazione: La competenza tecnica e il dialogo sono gli antidoti contro la manipolazione. Studiamo i bilanci e le mozioni parlamentari, ascoltiamoci, invece di insultarci sui social.
Votare con il portafoglio: Spostare i consumi lontano da chi finanzia l’industria bellica.
Uscire dall’isolamento: Creare e partecipare a reti di mutuo aiuto e centri culturali. Il sistema non teme chi grida slogan due pomeriggi l’anno, ma teme chi organizza alternative concrete e collettive.
«Ma chi ha tempo per tutto questo?»
È la domanda che il sistema spera che ci poniamo. La burocrazia e la mancanza di tempo sono strumenti per rendere il dissenso “costoso”. Dobbiamo essere disposti a pagare un prezzo se vogliamo evitare l’abisso.
Cosa sei disposto a rischiare, oggi?


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