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Smettere di pensare troppo: cosa nasconde il rimuginio

Persona davanti a un percorso impossibile, metafora del rimuginio e della difficoltà di prendere una decisione

«Vorrei solo smettere di pensare»

Sento questa frase quasi ogni giorno, fuori e dentro il mio studio. La pronunciano persone molto diverse tra loro: chi sta affrontando una separazione, chi vive un periodo di forte stress lavorativo, chi si sente bloccato in una scelta importante. La costante è la stanchezza di passare giorni e notti intere a dialogare con una mente che sembra non concedersi tregua.

Dietro questa richiesta, però, raramente c’è davvero il desiderio di pensare meno. Spesso c’è il desiderio di soffrire meno. È chiaro infatti che pensare è una delle risorse più preziose dell’essere umano. Il problema nasce quando il pensiero smette di essere uno strumento e diventa una trappola. Allora ci arrabbiamo con la mente. Cerchiamo tecniche per distrarci, esercizi per rilassarci, strategie per “spegnere il cervello”. Sono strumenti che possono essere molto utili e che utilizzo anch’io nel mio lavoro. Ma non risolvono i problemi.

Il problema non è che pensiamo troppo

E se, invece, la nostra mente stesse cercando ostinatamente di dirci qualcosa che non riusciamo ad ascoltare?

Molti sintomi diventano meno alienanti quando smettiamo di considerarli soltanto un malfunzionamento e iniziamo a chiederci quale funzione stiano svolgendo nella nostra vita. Il rimuginio, ad esempio, può essere visto come un tentativo continuo di trovare una soluzione. Il cervello produce scenari, anticipa problemi, ripercorre conversazioni già avvenute e ne immagina di nuove. Lo fa spesso con l’illusione di poter controllare ciò che ci fa paura.

Capita, in terapia, che le persone convinte che la loro sofferenza derivi dall’eccesso di pensieri si accorgano che stanno rimandando una decisione importante, oppure che continuano a dire “sì” quando dentro sentono un “no”, o ancora che stanno cercando di salvare una relazione, un lavoro o un’immagine di sé.

In questi casi il pensiero non è un nemico. È un tentativo di tenere insieme qualcosa che nella vita reale non riesce più a trovare un vero equilibrio.

Non solo testa

L’analisi bioenergetica ci offre una prospettiva che trovo particolarmente utile. Ogni emozione tende naturalmente a trasformarsi in un’azione: la paura ci protegge, la rabbia ci dà l’energia per difendere un confine, la tristezza ci invita a rallentare e a cercare sostegno. Quando questo movimento viene continuamente interrotto dalla testa, l’energia non scompare, ma rimane nel corpo. A volte la ritroviamo nel respiro, che diventa sempre più corto. Altre volte nella mandibola serrata, nelle spalle rigide, nello stomaco contratto. È come se una parte di noi continuasse a prepararsi a qualcosa che, però, non accade mai, perché la mente continua a rimandare quel momento.

Il rimuginio quindi non è soltanto un errore da correggere. È come una persona che bussa continuamente alla porta. Possiamo infastidirci per quel rumore. Cercare di ignorarlo. Possiamo persino cambiare stanza. Ma, prima o poi, vale la pena chiedersi chi sia e perché continui a bussare.

Evitare l’inevitabile

Qualche tempo fa una paziente mi disse: «Se solo riuscissi a smettere di pensare, sarei finalmente libera.» Le chiesi: «E cosa succederebbe se domani mattina smettessi davvero di pensarci?» Rimase in silenzio per qualche secondo. Poi rispose: «Dovrei prendere una decisione.»

Mi colpì molto. Per lei, il problema era tutto ciò che quel pensiero stava evitando di rendere inevitabile.

Il sintomo quindi indica un bisogno: di dire ciò che sentiamo, di fare una scelta difficile, di accettare una perdita, di smettere di vivere esclusivamente secondo le aspettative degli altri. Sono tutte cose che richiedono coraggio. E il coraggio, quasi sempre, richiede a sua volta di allineare mente e corpo.

«Nonostante la paura»

Da ragazzo, a una conferenza, ascoltai la testimonianza di Michela Buscemi, autrice del libro «Nonostante la paura».

La sua è la storia molto pesante di una donna estremamente coraggiosa: nata a Palermo negli anni Trenta in un contesto di profonda miseria, compì molte scelte contrarie ai dettami della famiglia e della società. Michela vide la mafia uccidere due dei suoi fratelli, Salvatore e Rodolfo. Nel 1986 compì un gesto inaudito per una donna del popolo in quel tempo: ruppe il muro dell’omertà e si costituì parte civile al Maxiprocesso di Palermo. Pagò quella scelta con minacce di morte e con l’isolamento sociale, fino al dolore straziante di dover fare un passo indietro per proteggere i figli rimasti in vita, ma non senza ribadire pubblicamente che lo fece a seguito delle minacce ricevute.

Al di là della drammaticità della sua vicenda, ciò che mi rimase impresso fu il modo in cui Michela trattava la paura: non come un concetto astratto, ma come qualcosa di profondamente fisico. La paura che modifica il ritmo del respiro, la direzione dello sguardo, la tensione nei muscoli e, soprattutto, la scelta di quali parole pronunciare o tacere.

È evidente che la stragrande maggioranza di noi non si troverà mai a fronteggiare una violenza così estrema. Eppure, la storia di Michela Buscemi ci svela una dinamica umana universale: quando l’azione reale appare troppo rischiosa o la scelta da compiere fa troppa paura, il silenzio e la paralisi diventano una strategia di sopravvivenza.

La costante emergenza per evitare l’emergenza

Di fronte alla minaccia, il sistema nervoso sceglie l’immobilità per proteggerci. Accade nelle organizzazioni criminali sotto forma di omertà. Ma accade anche dentro una dinamica familiare, in una relazione affettiva stanca, in un ambiente di lavoro tossico o in qualunque contesto in cui avvertiamo che mostrare chi siamo davvero o prendere una decisione netta potrebbe costarci troppo.

È esattamente qui che si inserisce il rimuginio psicologico, che è quindi un sintomo protettivo. È una forma di silenzio e di rinvio mascherata da iperattività mentale. Quando una decisione ci spaventa a morte — tagliare un legame, dire una verità scomoda, cambiare vita, accettare un fallimento —, la nostra mente preferisce incanalare l’energia nell’analisi infinita piuttosto che nell’atto concreto. Il pensiero costante prende il posto della voce e dell’azione. Pensare senza sosta ci dà la falsa illusione di stare “lavorando al problema”, mentre in realtà ci sta tenendo al sicuro dal rischio di vivere e decidere.

Cosa può fare la psicoterapia

Limitarsi a combattere il rimuginio con semplici tecniche di distrazione o di soppressione non funziona quasi mai.

La psicoterapia non ha il compito di convincere le persone ad adattarsi passivamente a ciò che incontrano o a spegnere i propri sintomi come si spegne un interruttore. Ha la responsabilità di aiutare le persone a comprendere a cosa serve quel sintomo, per poi distinguere ciò che può essere accolto da ciò che, invece, chiede il coraggio di essere trasformato.

A volte questo percorso richiede di imparare a regolare un sistema nervoso che vive in un perenne stato di allarme, e allora ben vengano le strategie di regolazione emotiva.

Altre volte richiede però l’ardimento di pronunciare un «no» rimandato per anni o di compiere una scelta.

Ecco perché, quando qualcuno si siede di fronte a me e mi dice con sfinimento: «Voglio solo smettere di pensare», difficilmente rispondo proponendo un esercizio di rilassamento, ma per prima cosa chiedo: «Che cosa succederebbe nella tua vita se quei pensieri smettessero davvero di occupare tutto questo spazio?»

Le risposte, quasi sempre, sorprendono e spaventano anche chi le pronuncia. Ma è lì che comincia la guarigione.


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